
Pagliaccio sul palco, gentiluomo nella vita, antifascista nei film. Antonio de Curtis – in arte Totò – usò la risata per dire ciò che in Italia, per vent'anni, non si era potuto dire.
Dietro la maschera del comico napoletano si nascondeva un uomo di profonda dignità. Antonio de Curtis – in arte Totò – amava distinguere nettamente la propria persona dal personaggio: «Io sono De Curtis, lui è Totò, lui fa il pagliaccio, il buffone, è un attore. Io no, io sono persona per bene». Non era snobismo: era la consapevolezza di chi, attraverso la risata, aveva imparato a dire verità scomode.
Il rapporto di Totò con il fascismo fu ambiguo solo in apparenza. Durante il Ventennio, come spiega Emilio Gentile, il regime gli concesse «bonariamente un po’ di satira», purché non toccasse temi politici. La comicità poteva circolare, ma doveva restare sorvegliata. Dopo il 1945, invece, Totò prese di mira gerarchi, caporali, ufficiali e ogni forma di autoritarismo. Memorabile la parodia di Mussolini, ridotto a un fanfarone che sbraita: «Ma ve lo volete mettere in testa che io questa guerra la debbo vincere? È un fatto personale!» Qui la lingua è decisiva. Il dittatore non parla più da Duce: ringhia in un registro basso, e proprio quella lingua lo smonta.
Sotto l’occupazione nazista di Roma, la satira smise di essere un gioco controllato e diventò rischio personale. Con Anna Magnani, Totò portò in scena una rivista dal titolo allusivo, Ma che si sono messi in testa, riferito ai tedeschi. L’ispettore Caruso, della Repubblica Sociale, ordinò il suo arresto e quello dei fratelli De Filippo. Una soffiata dalla questura permise a Totò di nascondersi in tempo; prima, però, corse ad avvertire Peppino De Filippo, uno dei grandi nomi del teatro napoletano, che in quel momento si trovava al Teatro Eliseo. Il dialogo, raccontato poi dallo stesso Totò, sembra già teatro: «Dove scappiamo? Come? Dove?» La paura resta vera, ma la frase la trasforma subito in scena napoletana, in ritmo, in macchietta.
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